DiPersona

Mostrare non è consegnare

Perché DiPersona è un tavolo, e perché proprio così.

La tesi

Per secoli mostrare e consegnare sono stati due gesti diversi. Si sfogliava un album sul tavolo della cucina, e l’album tornava nel cassetto; spedire una lettera era un’altra cosa. Le piattaforme digitali hanno fuso i due gesti in uno solo: oggi far vedere una foto significa mandarne una copia. Non è solo una comodità tecnica: a un certo modello economico conviene così. DiPersona prova a separare di nuovo i due gesti: un tavolo per chi si conosce, dove le cose si vedono solo mentre chi le ha portate è seduto, e un server che porta buste cifrate senza poterle aprire. Questo saggio spiega da dove viene la scelta, che cosa costa e che cosa non può promettere.

Il gesto trasformato

Una chat è costruita per arrivare e per restare. La foto mandata a tua sorella esiste ora nel suo telefono, nel suo backup, forse in una cartella condivisa che nessuno riaprirà. È comodo, ma il gesto ha cambiato natura senza che nessuno lo decidesse: mostrare era un atto con un tempo e un luogo, consegnare è un passaggio di possesso.

I social hanno aggiunto un secondo spostamento: il pubblico. Studiando Twitter, Alice Marwick e danah boyd hanno descritto il collasso dei contesti: chi scrive in rete si rivolge insieme a famiglia, amici, colleghi e sconosciuti, e scrive per un pubblico che può solo immaginare. Spesso lo immagina attraverso i lettori più sensibili, genitori, partner, capi, e finisce per dire soltanto ciò che va bene per tutti. La conversazione a tavola funziona al contrario: sai chi c’è. Un tavolo DiPersona riunisce al massimo dieci persone, e tutte si conoscono fra loro: è un contesto, non un pubblico.

Shoshana Zuboff ha dato un nome alla logica che rende conveniente questa trasformazione: capitalismo della sorveglianza. Nel suo libro del 2019 lo descrive come un ordine economico che rivendica l’esperienza umana come materia prima gratuita: ciò che facciamo, con chi e quando, diventa la base per prevedere ciò che faremo, e per vendere queste previsioni.

Serve precisione. La pubblicità non coincide con la sorveglianza: il Comitato europeo per la protezione dei dati distingue la pubblicità costruita sul comportamento delle persone da forme che non le schedano. E un modello di business non è una legge di natura: nel 2023, nel caso Meta, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha chiarito che scrivere un uso dei dati nel contratto, o guadagnarci, non lo rende per questo indispensabile al servizio. Ciò che contestiamo è più preciso: usare le relazioni delle persone come miniera.

«Se hai qualcosa da nascondere»

Ogni modello ha bisogno di una morale che lo faccia sembrare ovvio. Nel dicembre 2009, in un’intervista televisiva ripresa dalla stampa dell’epoca, l’allora amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, rispose a una domanda sulla riservatezza: se c’è qualcosa che non vuoi far sapere a nessuno, forse, per cominciare, non dovresti farla. Parlava dei dati conservati dai motori di ricerca e della loro possibile consegna alle autorità, ma la frase è rimasta perché riassumeva un’epoca. L’anno dopo, a una domanda su un ipotetico impianto di Google, disse che la politica dell’azienda era arrivare fino alla soglia dell’inquietante, senza oltrepassarla.

La risposta esisteva già. Nel 1991 Philip Zimmermann, spiegando perché aveva scritto PGP, un programma per cifrare la posta elettronica, ricorreva alla busta: se tutti spedissero cartoline, chi chiude la propria lettera sembrerebbe sospetto; proteggere la corrispondenza è invece un gesto normale. Nel 2004 Helen Nissenbaum ha proposto di misurare la privacy non sul segreto ma sul contesto: un’informazione circola bene quando rispetta le regole del contesto in cui è stata condivisa. Una foto mostrata a cena non è una foto pubblicata. E la Costituzione garantisce i diritti della persona anche «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», e tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni, che si possono limitare solo con un atto motivato dell’autorità giudiziaria.

Ne ricaviamo una regola di progetto: chi vede, in quale occasione e per quanto tempo devono restare scelte comprensibili.

Il contenuto non basta

Cifrare i messaggi è necessario, ma non sufficiente. Anche quando nessuno può leggere che cosa vi dite, la forma del traffico racconta molto: quando scrivi, quanto, a chi, con quale regolarità. Un messaggio alle tre di notte, ogni notte, sempre alla stessa persona, dice qualcosa anche se nessuno può leggerlo. Nel 2014 la stessa Corte, dichiarando invalida la direttiva europea sulla conservazione dei dati di traffico e di ubicazione, osservò che questi dati, presi nel loro insieme, possono permettere di trarre conclusioni molto precise sulla vita privata: abitudini, spostamenti, relazioni sociali, ambienti frequentati.

Per questo una parte importante del lavoro, in DiPersona, è quella che nell’app non compare: ridurre ciò che il traffico rivela. Le buste sono chiuse e hanno poche misure fisse. Le immagini vengono caricate in anticipo, e le parole viaggiano dentro invii regolari, pieni o vuoti. Sono misure per ridurre i segnali legati ad apertura e scrittura, non una promessa di invisibilità. Come sono fatte e quali limiti restano lo racconta Come funziona.

Il tempo che finisce

Una piattaforma che conserva tutto trasforma ogni momento in archivio. Viktor Mayer-Schönberger ha descritto come la memoria digitale abbia rovesciato l’equilibrio umano fra ricordare e dimenticare: per millenni dimenticare era la regola, oggi lo è ricordare, e ciò che un tempo svaniva da solo resta, ritrovabile, anche quando ha perso il suo senso. Il diritto ha provato a rimediare dopo: un mese dopo la sentenza sui dati di traffico, la Corte ha riconosciuto, in certi casi, il diritto di chiedere a un motore di ricerca di togliere dai risultati sul proprio nome informazioni non più pertinenti.

DiPersona separa la consultazione dal salvataggio nell’archivio. Durante la consultazione, l’app riceve le anteprime necessarie e le mantiene temporaneamente in memoria, finché chi le ha portate è seduto; per conservarne una copia nell’archivio occorre un regalo accettato. Stare al tavolo ha un inizio e una fine, come una cena. Questa scelta non impedisce a chi è autorizzato a vedere di riprodurre il contenuto, né a un’app modificata o a un telefono compromesso di conservarlo.

Cinque scelte controcorrente

La sedia. La regola della consultazione si vede: una sedia piena o vuota. Quando ti alzi, l’app interrompe la consultazione.

Il regalo. Se vuoi che qualcuno tenga una cosa, gliela regali, e lui decide se accettarla. Separare «guardala» da «tienila» restituisce peso a entrambi i gesti: un regalo conta proprio perché non è sottinteso in ogni sguardo.

Il postino. Il server in mezzo, che chiamiamo relay, è pensato per sapere il meno possibile: ciò che non sa non può perderlo, venderlo né doverlo consegnare ad altri.

Riconoscersi. Nessuno ti trova se non ti ha incontrato, e il nome sullo schermo non basta: conta il codice che vi dite a voce. Vale anche quando perdi tutto: nessuna azienda può dire che sei tu; lo decidono le persone che ti conoscono. La fiducia sta dove sta nella vita.

Il tuo relay. La riservatezza riguarda anche chi controlla il luogo dell’incontro. Ogni tavolo usa il relay privato di chi lo crea, che sceglie dove ospitarlo e lo amministra. DiPersona distribuisce il software; gli scambi non passano da un servizio centrale di DiPersona. Puoi partecipare a tavoli su relay diversi senza avere un server tuo. È una responsabilità concreta: il gestore mantiene il server e valuta gli obblighi applicabili ai dati che tratta. Il software limita i dati trattati e non consegna al relay le chiavi per leggere i contenuti.

Che cosa costa

Ogni scelta ha un prezzo, e conviene dirlo. Nell’app, una foto che ti hanno mostrato torna consultabile quando chi l’ha portata si siede di nuovo, oppure resta nel tuo archivio se te la regala. Chi non hai incontrato non può cercarti in un elenco pubblico, e tu non puoi cercare lui. Il recupero dell’account non riporta le cose del telefono perso. E gli invii regolari che riducono i segnali della scrittura consumano dati anche nel silenzio.

Che cosa resta visibile

Un’app nata contro la sorveglianza ha comunque bisogno di un server, e un server vede qualcosa: indirizzi internet, orari, quantità di traffico e recapiti tecnici che si ripetono. Può mettere in relazione più operazioni, anche senza aprire i contenuti. Gli ospiti usano identità tecniche distinte per relay; nella configurazione restano anche i dati pubblici e il nome del gestore. Sistema operativo e fornitore possono conservare registri di rete: Dati sui server ne spiega il perimetro. Il progetto è scritto da una sola persona, con l’aiuto di strumenti di intelligenza artificiale. Gli altri limiti, dal biglietto lasciato a chi non c’è alla verifica indipendente che ancora manca, sono elencati nel Manifesto.

Dire un limite non lo toglie, ma ti permette di scegliere sapendolo.

Chiusura

Una foto resta un file. Per voi può essere un’estate intera.

Il compito di DiPersona è rispettare quella differenza: mostrare senza consegnare, esserci e poi lasciare che il momento finisca.

Le letture delle fonti sono nostre: autori e Corti citati non hanno esaminato DiPersona.

Fonti

  • Alice E. Marwick, danah boyd, «I tweet honestly, I tweet passionately: Twitter users, context collapse, and the imagined audience», «New Media & Society», 13(1), 2011: DOI
  • Shoshana Zuboff, «The Age of Surveillance Capitalism», 2019; in italiano «Il capitalismo della sorveglianza», Luiss University Press, 2019: sito dell’autrice
  • Comitato europeo per la protezione dei dati, parere 08/2024 sui modelli «consenso o pagamento»: EDPB
  • Corte di giustizia UE, «Meta Platforms», C-252/21, 4 luglio 2023: EUR-Lex
  • Eric Schmidt, intervista a CNBC, dicembre 2009, come riportata dall’EFF: EFF
  • Eric Schmidt al Washington Ideas Forum, ottobre 2010: The Atlantic
  • Philip Zimmermann, «Why I Wrote PGP», 1991, aggiornato nel 1999: testo
  • Helen Nissenbaum, «Privacy as Contextual Integrity», «Washington Law Review», 79, 2004: archivio
  • Costituzione della Repubblica italiana, articoli 2 e 15: testo
  • Corte di giustizia UE, «Digital Rights Ireland», C-293/12 e C-594/12, 8 aprile 2014, punto 27: EUR-Lex
  • Viktor Mayer-Schönberger, «Delete: The Virtue of Forgetting in the Digital Age», Princeton University Press, 2009: editore
  • Corte di giustizia UE, «Google Spain», C-131/12, 13 maggio 2014: EUR-Lex